Nowalk 2 cap 14 : Vecchie storie
La notte passò lenta, misurata dal sibilo ritmico del ventilatore di Spalviero. Non era un silenzio vero: era un rumore bianco che ti scavava nel cervello.
Ogni tanto, dalla "Mummia" arrivava un suono. Non erano parole, erano gemiti soffocati, simili a quelli di un animale ferito che sogna di correre.
Fissavo una TV muta.
Spalviero era lì, intrappolato in anni di buio, eppure il suo corpo sembrava protestare contro quell'immobilità eterna.
Mi raddrizzai sul letto. Un dolore lancinante mi attraversò la schiena, come se qualcuno mi stesse piantando dei chiodi nelle vertebre. Le gambe? Niente. Due pezzi di legno bagnato abbandonati sul materasso.
La porta scricchiolò. Un infermiere entrò per il giro di routine. Cambiò una sacca, controllò i parametri di Spalviero con la noia di chi timbra il cartellino e uscì senza degnarmi di uno sguardo. Per lui ero solo un altro numero in attesa di riparazione.
Avevo dormito per ore.
La TV era ancora accesa. Non c'erano programmi, soltanto un bianco sporco attraversato da linee orizzontali che sembravano respirare. Il ronzio riempiva la stanza con una pazienza innaturale, come se aspettasse qualcosa.
Per meno di un secondo, tra due scariche di luce, comparve una figura massiccia, nera.
Un rumore metallico impercettibile come di qualcosa di trascinato.
Poi, un altro rumore metallico, ma dal corridoio.
Un ciuffo biondo scivolò dentro la stanza, spingendo una carrozzina pieghevole recuperata chissà dove.
Tina.
Era sudata, con le ciocche appiccicate alla fronte.
— È stato un inferno — sussurrò ansimando. — Ho dovuto aspettare che il caposala andasse a fumare. Tieni, sali qui sopra prima che torni qualcuno.
Ero sorpreso.
— Forza! — incitò ancora.
Con una fatica che mi fece vedere le stelle, scivolai sulla sedia. Tina mi spinse fino al letto di Spalviero. Da vicino, l'avvocato era ancora più inquietante: la pelle pareva carta velina tesa sulle ossa. Tina non voleva avvicinarsi troppo.
Mentre fissavo quel volto scavato, un sussulto. Un altro maledetto flash.
"Lei è un mostro, Spalviero! Ha venduto l'innocenza di quella bambina per una poltrona di velluto!"
La voce della professoressa. E un nome su una borsa, sul bordo di una scrivania: Marta De Santis.
Cazzo.
Tina mi guardò sorpresa.
— Tina, cerca Marta De Santis, la professoressa. Muoviti.
— Professoressa ???
Mi guardò come se avessi detto qualcosa che non ci entrava con il resto.
— Sì, dai... come si dice: docente, maestrina...
Lei tirò fuori il cellulare rosa. Le dita correvano veloci sullo schermo.
— Vediamo... Marta De Santis, insegnante... Che faccio ora?
— C'è un indirizzo?
Lei sbuffò.
— Ehm, no... C’è un numero di servizio per un doposcuola comunale. Provo?
Feci un cenno col capo. Tina mise il vivavoce. Il segnale di chiamata sembrò durare un'eternità, poi una voce stanca rispose.
— Pronto? Chi parla?
— Mi chiamo Trent. Sono all'ospedale cittadino …
— Ho bisogno di parlarle, signora De Santis di una questione …
— di Jessica Long.
Silenzio.
Non quello delle linee interrotte. Quello di chi ha già sentito quel nome prima... Un silenzio pesante, carico di polvere invecchiata.
— Io... non conosco nessun Trent — rispose la voce di Marta De Santis, tremante. — e quella storia è finita anni fa.
— Non è finita. Miles Spalviero è nel letto accanto al mio. Non può parlare, ma io sì. Jessica ha bisogno che lei venga qui.
— Miles... — Un respiro spezzato. — Verrò. Domani mattina. Ma se è uno scherzo giuro che...
La porta della stanza si spalancò di colpo. Il dottore del giorno prima comparve sulla soglia.
— Ma che diavolo sta succedendo qui? Nowitzky, lei non deve muoversi! E lei... — indicò Tina con un dito — chi l'ha fatta entrare? Questa è una violazione gravissima! Chiamo la sicurezza.
Tina non si scompose. Si mise davanti alla carrozzina, incrociando le braccia.
— Mi basta dire due cose a uno che conosco, su quanto è stato facile entrare qui e questo reparto cambia nome.
Il dottore mi guarda, guarda Tina e lancia un'occhiata alla "Mummia" .
Sbuffa, chiudendo la cartella clinica con un colpo secco. Cadde qualcosa … un ritaglio.
Non ci fece caso.
Il dottore sospirò anche se mi pareva un po' teatrale.
— Dieci minuti. Poi lei — indica Tina — sparisce. E lei, Trent, torni a letto. Non voglio responsabilità se peggiora.
Si volta mentre Tina si china sul foglio come per restituirlo.
Ma il dottore infuriato uscì sbattendo la porta. Eravamo di nuovo soli: io, la ragazza che avevo investito e l'uomo che aveva distrutto Jessica.
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— Trent, io non posso fare tutti sti casini per te.
La guardai.
— Grazie, Tina. La verità è che questa persona ha fatto cose pessime, e qualcuno ne sta ancora pagando le conseguenze.
Lei fissò il vuoto.
— Tu che c'entri, però? Sono cose che deve fare la polizia!
— Tina… la polizia ha già fallito: per loro è solo un fascicolo archiviato, ma per me no. Faccio solo ciò che posso.
Tina sembrava non voler ammettere che la cosa cominciava a spaventarla.
— Hai già fatto molto, comunque — le dissi. — Senti, puoi solo avvicinare la sedia al letto?
Indicai che volevo stendermi di nuovo. Lei annuì.
— Non devi tornare — aggiunsi.
Mi aggrappai alle coperte e mi stesi. Tina mi guardò come si guarda un sacco di patate rimesso al suo posto.
— Ci vediamo domani... se non mi fermano prima — aggiunse lei.
— Ah Trent questo appunto è caduto a quel dottore deficente!
Mi diede quel documento, e si diresse all'uscita.
— Poi glielo ridai.
Uscì senza voltarsi indietro.
…
La porta non sbatté.
Rimase solo il silenzio.
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Diedi un'occhiata al foglietto.
Si ricorda al personale di evitare il corridoio nord quando il paziente del letto sette smette improvvisamente di respirare.
È una misura precauzionale.
…
…
…
Guardai ancora il foglietto come se mi avesse ipnotizzato.
Poi ne feci una palla e me ne liberai.
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«Tina pensa che io stia facendo la cosa giusta. Non capisce che non sto cercando la giustizia per Jessica Long, ma solo la ricevuta del mio saldo. Un uomo non si sveglia dal coma finché non ha restituito tutto ciò che ha rubato nel sonno.»
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